Cenni storici

In Mantova l’opera evangelica della chiesa valdese inizia nell’autunno del 1866, immediatamente dopo gli eventi bellici che unirono definitivamente Mantova città e il Distretto est del Mincio, all’Italia, per cui vennero estesi anche al nuovo territorio liberato lo Statuto e le Leggi Piemontesi che concedevano uguaglianza di diritti ai seguaci dei culti diversi dal culto Cattolico-romano.

La testimonianza della chiesa Valdese inizia in città con il colportore (libraio ambulante) Angelo Castioni proveniente da Brescia. Egli si adopera a diffondere la Bibbia, stabilisce contatti ed accorpora la presenza evangelica composta da italiani e da svizzeri riformati. A lui vennero affidati, oltre la cura di Mantova, i nuclei in formazione di Castiglione delle Stiviere, Medole e Guidizzolo.

I bambini della scuola domenicale

I bambini della scuola domenicale

La percentuale di analfabeti in quegli anni toccava punte oscillanti tra il 30/40 per cento, appartenenti per lo più alla classe operaia, non in grado di leggere i testi sacri. Per questa ragione la chiesa Valdese, aiutata finanziariamente da alcune famiglie riformate svizzere residenti in città, fondò anzitutto una scuola; soltanto più tardi si preoccupò di avere un luogo di culto. Ottenne dalle pubbliche autorità di poter svolgere il culto di rito riformato nell’ex chiesa della Madonna della Vittoria. In seguito l’amministrazione centrale inviò a Mantova il pastore Francesco Rostagno il quale organizzò e dette forma alla piccolissima comunità Valdese ottenendo eccellenti risultati che non sempre erano accolti favorevolmente dalla chiesa Cattolico-romana e dalla chiesa dei Fratelli-liberi che nel frattempo vennero ad operare in città.

A queste controversie si aggiunse pure la polemica di quanti si professavano non credenti: Le testimonianze del tempo ci parlano di questa difficile situazione in cui venne a trovarsi la piccola comunità Valdese. Nonostante questa situazione, la chiesa proseguì la sua opera dovendo a più riprese cambiare sede per la celebrazione del culto fino all’acquisto dell’attuale tempio di S. Lorenzino in via Isabella d’Este 13 (ottobre 1890).

Oggi

La chiesa Valdese si Mantova conta una trentina di membri effettivi e diversi simpatizzanti che frequentano regolarmente le attività di chiesa. La comunità ha saputo negli anni instaurare rapporti di confronto e di collaborazione con altre confessioni religiose presenti ed in particolare con la chiesa Cattolica romana. Alcuni suoi membri fanno parte del S.A.E. (Segretariato per le attività ecumeniche) che promuove esperienze di dialogo interconfessionale (fra Cattolici-Protestanti-Ortodossi), Ebraico-Cristiano e, anche più ampiamente, interreligioso.

 

Chi sono i Valdesi

La storia del movimento valdese nasce alla fine del 12.mo secolo, in un periodo di crisi della società europea che vede sorgere forme di vita sociale più complesse, vede l’affermarsi di attività mercantili e di conseguenza l’emergere di una nuova classe sociale: i borghesi, i mercanti con nuove esigenze culturali.

In campo religioso la riforma di Gregorio VII ha potenziato le strutture di curia avviando quella monarchia papale che caratterizza la cattolicità moderna. Il clero è spesso incolto, gli ordini religiosi sono in crisi, tutto il popolo cristiano avverte il bisogno di un ritorno della Chiesa alle sue origini, di rivivere l’età apostolica, l’autenticità della vita cristiana.

In questa visione del cristianesimo la povertà ha un posto di rilievo: Cristo e i suoi erano infatti vissuti poveri: non si trattava solo di denunciare il pericolo delle ricchezze ma di vivere una condizione essenziale della comunità apostolica.

E’ una esigenza di fedeltà evangelica che trova espressione in molti movimenti del tempo, fra cui i Catarismo che fiorisce  nelle aree più sviluppate d’Europa: la Lombardia e la Linguadoca (Provenza) dove nasce la letteratura moderna in lingua provenzale.

In questo mondo pieno di passioni religiose  vanno collocati Valdo e i “Poveri”.

Valdo era un ricco mercante di Lione; si racconta che fu sconvolto per la morte improvvisa di un amico, pensò:  “E che sarebbe di me se dovessi comparire da un momento all’altro davanti a Dio?” Quello fu il principio di una crisi di coscienza che lo portò a due conseguenze:  a  rinunciare alla propria attività ed ai suoi beni distribuendoli ai poveri e vivendo di elemosine  ed alla decisione di far tradurre in lingua volgare, cioè nella lingua parlata nella regione lionese, alcuni brani della Scrittura per poterli leggere.

Molto presto si raccolgono intorno a Valdo amici e conoscenti e nasce una piccola comunità  che non ha certo l’idea di contestare la chiesa, di ribellarsi alla sua autorità. Il loro movimento è in sostanza un movimento di risveglio che richiama alla mente altri movimenti analoghi, sia medioevali che posteriori (vd. i primi metodisti nelle città inglesi del ‘700, le assemblee dei Fratelli ai primi dell’800…).

In aderenza ai testi evangelici che dicono: “andate e predicate”  i Poveri di Lione (uomini e donne di tutti i ceti sociali: mercanti, artigiani, preti…) ritengono di avere il potere e il dovere di predicare ai propri concittadini la verità evangelica, di testimoniarla personalmente. Ma allora la chiesa non permetteva questo: solo i successori degli apostoli erano autorizzati a predicare (la predicazione veniva negata anche ai religiosi cioè ai frati!), per cui i Poveri furono espulsi da Lione e condannati dalla Chiesa (1176).   Nel 1215  verranno definitivamente condannati dal Concilio Laterano II  dopo che erano stati scomunicati una prima volta dal  Concilio di Verona (1184): inizia quel periodo della storia europea caratterizzato dallo spirito  dell’Inquisizione  che porta al rogo numerosi “Poveri”.

Il movimento nel frattempo  si era diffuso nella Francia meridionale, nell’Italia settentrionale e poi in buona parte dell’Europa centrale.

I Poveri di Lione e i Catari erano i portavoce di esigenze spirituali della società di quel tempo  e la Curia romana dovettero assumere un atteggiamento più disponibile con un’altra grande personalità religiosa del tempo: FRANCESCO . Anche Francesco , pure lui ricco mercante, laico, scelse di vivere una vita nella povertà evangelica. All’ingiunzione della Curia di rinunciare a vivere la fede liberamente secondo le proprie scelte, Francesco si sottomise pur dissentendo dal Magistero e così rimase all’interno della Chiesa ufficiale mentre Valdo ne fu espulso poiché anteponeva la vocazione divina all’autorità ecclesiastica e non identificava il Cristo che ci chiama e parla nell’Evangelo con la voce della Chiesa.

A differenza del movimento francescano, la “societas valdesiana” non sarà inquadrata nello schema di un ordine religioso con regole fisse, definite; continuerà a diffondersi in modo spontaneo, libero.

Un’altra voce religiosa importante di quel periodo fu DOMENICO che  venne a contatto con i Catari e fu tra i primi a comprendere che, per contrastare la predicazione dei Poveri e dei Catari, occorrevano uomini altrettanto preparati e dalla vita altrettanto esemplare. E così ottenne di fondare un Ordine di frati Predicatori che spesso gestirono la caccia ai dissidenti, agli eretici.

Furono così francescani e domenicani a soddisfare le esigenze di Riforma di quel tempo recuperando nel quadro istituzionale le due istanze valdesi della povertà e della predicazione.

Il movimento valdese da fenomeno esclusivamente cittadino quale era stato fino a quel momento dovette mutare carattere e trasferirsi in aree più sicure, meno esposte, come ad esempio sulle Alpi.

Nell’impossibilità di darsi un’organizzazione visibile, era costretto a vivere nella clandestinità assoluta, costituito da piccoli gruppi di fedeli che mantenevano segreta la loro opinione nell’ambito della famiglia e di amici fidati, disseminati in una diaspora molto estesa: aree delle Alpi, Lombardia, Veneto, Toscana, Umbria, Puglie, Calabria (dove la comunità tutta verrà  massacrata nel sec. XVI), Boemia, Linguadoca.

Ridotto alla clandestinità, nonostante la repressione, il valdismo sopravvisse (unico dei movimenti medioevali) per oltre tre secoli, giungendo alle soglie dell’età moderna.

Nel 15.mo secolo la domanda che avevano posto i valdesi trecento anni prima e cioè la chiesa di Cristo è realmente quella Curia romana che amministra denaro, indulgenze, potere”   rinasce e a porla non sono solo singoli o sparuti gruppetti, ma teologi,vescovi e ordini religiosi.

Due personalità si segnalano in questa battaglia. WYCLIF in Inghilterra e HUS in Boemia.

Il primo fa tradurre la Bibbia e la divulga fra il popolo. E saranno proprio le opere di Giovanni Wyclif che daranno l’avvio alla più grande esperienza spirituale del secolo: la riforma Hussita. Ne è portavoce Giovanni Hus, teologo di alta cultura di Praga, che contesta l’autorità papale, raccoglie intorno a sé numerosi seguaci, ma viene condannato al rogo.

Il movimento hussita ebbe particolare importanza per i valdesi perché ruppe l’isolamento in cui avevano vissuto fino a quel momento: non erano più i soli a rivendicare l’Evangelo e poi arricchirono la loro visione di fede con una ricca produzione di opere teologiche prodotte dai teologi hussiti.

La diaspora valdese di quel secolo risulta perciò rinnovata nel suo pensiero e nella sua organizzazione.

Emerge un nuovo personaggio, il barba (nella parlata dialettale significa zio, così i valdesi  nascondevano  all’inquisitore l’identità dei ministri) che diventa il punto di riferimento della comunità, ne è l’anima, il garante, la guida spirituale ma non sacerdotale. Il barba studia in scuole dove impara a memoria ampi brani della Scrittura, impara gli elementi essenziali della fede valdese.

Viaggia in incognito, lungo le vie dei pellegrinaggi camuffato da venditore ambulante, da pellegrino, mulattiere. Dispone di una biblioteca manoscritta, a scadenze regolari si ritrova con altri barba in assemblee per discutere i problemi ed esaminare i candidati.

In uno di questi incontri, nel 1526, si comincia a discutere del problema del rapporto con  la Riforma di Lutero.

Il movimento della Riforma era iniziato nel 1517 in Germania  per opera di un monaco agostiniano che desiderava ritrovare l’autenticità del messaggio evangelico, ripercorrendo il cammino già percorso da Valdo 350 anni prima. Egli mosse critiche a quelle tradizioni e dottrine della chiesa che avevano finito per oscurare la chiarezza e la forza della Parola di Dio.

Lutero e i suoi amici  ricercavano una forma autentica di fede ed insieme anche una forma autentica di chiesa, sul modello di quella degli apostoli.  Quei credenti si definirono evangelici (perché intendevano fondarsi sulla testimonianza dell’Evangelo) e riformati (perché avevano verificato e corretto la prassi della chiesa attraverso la Scrittura).

L’imperatore cercò di imporre il ritorno alla religione tradizionale con la forza ma i principi e le città che avevano accolto la proposta luterana dichiararono invece la loro volontà di seguire una strada che ritenevano vera, protestarono (in latino protestare significa testare=essere un testimone  pro = a favore, cioè a favore della libera predicazione dell’evangelo): da qui l’appellativo protestante.

Nel 1545 fu convocato un Concilio a Trento e le tesi dei Riformatori furono condannate e da quel momento i due movimenti della Riforma evangelica e della Riforma cattolica (si parla abitualmente di Controriforma) si contrapposero. Strumenti della Controriforma furono  l’Indice dei libri proibiti e l’Inquisizione che assunse molto presto il carattere di repressione violenta.

Anche in Italia giunsero presto le tesi dei Riformatori e furono accolte da numerosi italiani, sia ecclesiastici che laici. A differenza di quanto accadde in altri paesi, la Riforma in Italia non si radicò per una serie di motivi fra cui la presenza del papato.

A  Venezia e in Piemonte nacquero gruppi di  evangelici che furono presto dispersi dalla Inquisizione.

Torniamo ai valdesi:   in questo clima di fermento religioso e di rinnovamento i Barba si ritrovano nelle valli valdesi nel 1532 per uno dei loro incontri (Chanforan) e dopo giorni di discussione e di confronto  presero  la decisione di aderire alla Riforma in cui vedevano una continuità ideale con quella che era stata per secoli la loro identità.

I valdesi, numerosi soprattutto in alcune valli piemontesi dove si erano rifugiati al tempo delle persecuzioni, poterono così  realizzare progetti di riforma ( in quel periodo le terre valdesi erano occupate dalla Francia e i valdesi potevano contare sull’aiuto della Svizzera roccaforte del protestantesimo dove si formavano i predicatori, si stampavano i libri di propaganda, dove potevano rifugiarsi i perseguitati in Italia e in Francia.)

Cominciarono a celebrare il culto in alternativa alla messa, costruirono dei locali adatti per il culto, crearono comunità strutturate in modo autonomo .

Il cattolicesimo europeo scatenò allora una grande offensiva per riconquistare  le zone d’Europa passate  alla Riforma e per un secolo e mezzo l’Europa cristiana fu lacerata da questo conflitto fra cattolici e protestanti  (che viene definito  guerre di religione : pagine di terribile violenza, es. martirio degli Ugonotti in Francia) : più che polemica violenta fra due confessioni cristiane è il conflitto fra due modi di pensare e di vivere, fra due culture:  una tradizionale riaffermata dal concilio di Trento e l’altra moderna proposta dai riformati, fra cultura gesuitica e quella calvinista.

Non dimentichiamo che nel 16.mo secolo la religione più che essere convinzione personale significava identità sociale, era il tempo del “cuius regio et eius religio” e cioè la religione dei sudditi era quella del sovrano.

I valdesi vengono duramente perseguitati, resistono a tentativi di sterminio di massa nel 1560, nel 1655 ( Pasque piemontesi: massacro popolazione, saccheggi, distruzione case e luoghi di culto, fanciulli rapiti… sonetto poeta John Milton) da parte del governo sabaudo che voleva ristabilire la fede cattolica nel suo stato.  Il mondo internazionale condannò in modo unanime l’azione del governo sabaudo anche perché vedevano nei  valdesi  l’unica chiesa evangelica che può risalire idealmente ad un periodo anteriore alla Riforma stessa, eredi dei credenti dell’età primitiva, anello che collega tutto il protestantesimo all’età apostolica, testimoni viventi della vera chiesa.

La loro distruzione avrebbe significato la perdita della memoria, dell’albero genealogico di tutta la cristianità protestante.

Nel 1686 vi fu un nuovo massacro dei valdesi del Piemonte (2500 morti- 8000 incarcerati) e i pochi sopravvissuti fuggirono in Svizzera, ma rientrarono nelle valli nel 1689 con una impresa  unica nel suo genere (Glorioso rimpatrio).

Da allora ai valdesi furono concesse alcune libertà molto limitate ( PATENTI DI GRAZIA)  : poterono praticare la religione ma solo nei comuni delle alte valli; poterono tenere i sinodi ma sotto controllo di un rappresentante del governo, poterono nominare i pastori ma solo se graditi al sovrano, furono obbligati a festeggiare le feste della chiesa cattolica, fu proibito risiedere fuori dei limiti consentiti,fu proibito loro di frequentare le scuole:  furono quindi ghettizzati ma continuarono a  mantenere rapporti con tutto il mondo protestante europeo da cui ebbero aiuti sul piano assistenziale, economico, nel campo della predicazione  e della istruzione (vd. “fondo inglese” per assicurare il salario ai pastori, per ricostruire i luoghi di culto; “Comitato Vallone” in Olanda per pagare i maestri).

I valdesi ebbero un  breve periodo di libertà quando gli ideali della Rivoluzione francese si affacciarono al di qua delle Alpi ma tornarono nel ghetto con la Restaurazione del 1815.

Nel 1848  anche gli Stati italiani furono toccati dalla rivoluzione e primo fra tutti il Piemonte.Il sovrano Carlo Alberto concesse il 17 febbraio di quell’anno i diritti civili e politici a valdesi ed ebrei. Venivano quindi aboliti i ghetti, i valdesi potevano muoversi liberamente nello Stato, potevano esercitare tutte le professioni, frequentare le scuole, fare carriera.

Non ottennero la libertà religiosa in quanto i culti non cattolici erano dichiarati “tollerati”; significava che i valdesi erano liberi di professare la loro fede in privato, insegnarla ai loro figli nelle loro scuole ma non ne potevano fare propaganda senza “offendere” la religione di Stato.

Non si riteneva possibile che in un paese moderno coesistessero fianco a fianco religioni ugualmente libere aventi gli stessi diritti.

Cavour aveva riassunto il suo pensiero in una formula diventata celebre: libera Chiesa in libero Stato. I valdesi pensavano che si dovesse tendere a realizzare libere Chiese in uno Stato laico, che tutte le Chiese fossero poste sullo stesso piano del diritto.

La libertà di cui si facevano difensori i valdesi non era la loro personale  (per secoli avevano vissuto senza e non avevano per questo perso la loro identità), era la libertà che Valdo aveva posto come elemento essenziale e fondante del suo movimento. Non era la libertà di godere di diritti moderni ma dell’evangelo da annunziare ai propri concittadini.

Con l’avvento del fascismo, nel 1929  lo Stato stipulò con la Chiesa cattolica i Patti lateranensi e il Concordato attraverso i quali la Chiesa viene riconosciuta come realtà politica di diritto internazionale e la religione cattolica ritorna ad assumere carattere di  religione di Stato (con cappellani dell’esercito, insegnamento nelle scuole pubbliche…).

Nel 1929/30 lo Stato emanò una legge per le confessioni non cattoliche: questi culti non cattolici sono ammessi, ma mal visti per il loro legame con il mondo anglosassone e la loro autonomia e non collaborazione con il regime. (es. i Valdesi non suoneranno le campane in occasione della proclamazione dell’impero nel 1939!)

Nel 1984 lo  Stato stipulò con la chiesa valdese ed altre confessioni religiose un accordo bilaterale in sostituzione della legge del 1929/30 (INTESE) : la religione cattolica non era più la religione di Stato ; veniva affermato il principio della parità e della uguaglianza delle comunità religiose di fronte alle legge.

 

Cosa crediamo

La Chiesa Evangelica Valdese di Mantova è parte dell’Unione delle Chiese Valdesi e Metodiste in Italia.
Non apparteniamo a qualche strana setta, ma condividiamo le idee ed i principi di quei cristiani che nel mondo sono più di mezzo miliardo: gli evangelici protestanti.

Le chiese valdesi mantengono i due appellativi: valdese ed evangelico.

Il primo per motivi storici, per riaffermare il legame che unisce la testimonianza odierna alle esperienze di fede dei valdesi medievali e mostrarne così la continuità nel nostro paese.
Il termine trae origine dal movimento riformatore dei “Poveri di Lione” fondato da un ricco mercante di nome Pietro Valdo, di poco anteriore a san Francesco (XII-XIII sec.) il quale – mettendo in pratica le parole che Gesù rivolse al giovane ricco: ” Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi “,- vendette i suoi beni per dedicarsi solamente alla predicazione del messaggio biblico. Fece tradurre la Bibbia dal latino nella lingua parlata dai suoi concittadini affinché potesse essere accessibile a tutti.

Per il loro modo di “liberalizzare” la lettura e la predicazione della Bibbia , Valdo e i suoi seguaci divennero oggetto di persecuzione da parte della chiesa (ufficiale) cattolica romana di allora, la quale fece tutto il possibile con la complicità dei poteri civili per impedire il diffondersi delle “idee” della libertà di predicazione e dell’autenticità della comunità cristiana messi in campo dal movimento valdese.

I valdesi sono rimasti vittime della repressione fino alla metà del XIX secolo, solo da quel momento hanno potuto esprimere la loro fede espandendosi in tutta l’Italia. Infatti, solo nel 1848 ( il 17 febbraio) il re Carlo Alberto riconosce ai valdesi la parità dei diritti civili e politici. I valdesi festeggiano il 17 febbraio il ricordo di questa concessione dei diritti civili e politici che è anche l’inizio della libertà di culto valdese.

Evangelico esprime invece l’attualità della Riforma protestante ed il suo progetto di ritorno alla comunità cristiana primitiva e di purificazione della fede.

Per esprimere questo i valdesi (come tutti i protestanti) individuano il fondamento del cristianesimo in tre punti: la Scrittura, Cristo, la fede, ma in modo esclusivo.
Questo significa che la Bibbia deve rappresentare la sola fonte da cui la chiesa trae ispirazione nella sua opera e nella sua testimonianza; ad essa sola dobbiamo rivolgerci ogni qualvolta vogliamo conoscere la volontà di Dio ed i nostri doveri cristiani ché la salvezza e la speranza degli uomini è rappresentata soltanto dall’opera di Cristo. Essere cristiani significa cioè avere piena fiducia nell’opera di Cristo e vivere in comunione con Lui ed infine siamo salvati o, come dice san Paolo, siamo giustificati solo per fede, significa dire che non abbiamo merito alcuno nella nostra salvezza, ma la possiamo e dobbiamo accogliere come un dono gratuito di Dio.

Le chiese protestanti o evangeliche sono sorte nel XVI secolo in seguito alla predicazione di Martin Lutero.

La chiesa rappresentata dal papa condannò al Concilio di Trento le tesi del movimento protestante e questo dovette così darsi una propria organizzazione.
In Germania fu influenzata da Lutero e si organizzò nelle chiese nazionali luterane, in Inghilterra fu il potere regio a dare forma alla nuova chiesa e nacque così la Chiesa d’Inghilterra (anglicana). Nel resto dell’Europa a dare l’impronta al movimento fu Giovanni Calvino, professore a Ginevra.

Questa formulazione della fede evangelica conduce ad una implicita riserva critica nei confronti di alcune delle dottrine diventate tradizionali nel cattolicesimo romano.

Se infatti il culto cristiano ha come momento centrale la predicazione dell’Evangelo, la pietà cristiana non potrà accogliere riti e cerimonie e manifestazioni di carattere superstizioso, magico quali si riscontrano di frequente nella religiosità naturale.

Se debbono considerarsi fondamentali ed esclusivi per la fede cristiana la persona e l’opera di Gesù Cristo ed il suo sacrificio, ne deriverà il rifiuto di ogni forma di venerazione per Maria ed i santi.

Se i sacramenti del battesimo e dell’eucarestia (i due soli istituiti da Cristo) sono segni della grazia divina e non mezzi per ottenerla, ne deriva il fatto che la Chiesa non ha sacerdoti cioè persone rivestite di particolare potere, ma tutti i credenti hanno eguale responsabilità nella predicazione e nella testimonianza.

Ecco un breve video che riassume i perché della nostra fede:

http://www.chiesavaldese.org/aria_video_player.php?video_id=67