Riportiamo di seguito una riflessione di don Roberto Fiorini, consulente teologico del S.A.E. di Mantova:

Tra paura e speranza

 Nel 1997 ho avuto la fortuna, di partecipare alla seconda assemblea ecumenica dei popoli dell’Europa. Si teneva a Graz, una bella città della Carinzia. Tema dell’incontro: “Riconciliazione, dono di Dio, sorgente di vita nuova”. Eravamo in diecimila cristiani di diverse appartenenze ecclesiali. In Austria per facilitare la partecipazione dei popoli dell’Est, dopo la caduta del muro di Berlino. Riconciliazione evocava la storia terribile delle guerre di religione che avevano sconvolto l’Europa cristiana, ma anche le due guerre mondiali con il nostro continente come epicentro.

Ricordo ancora con stupore il sermone inaugurale della pastora Elisabeth Parmentier: “L’Europa è incinta. Europa non sa come mai le accada una cosa del genere. Ci voleva pure questo, alla sua età! Aspetta due gemelli. I figli già si scontrano nel suo grembo. Ha dato loro un nome: si chiamano «paura» e «speranza». La paura e la speranza si battono per stabilire chi dei due sarà superiore all’altro”. Poi ecco un dialogo teso: “La speranza dice: «Io faccio cadere i muri, sopprimo le barriere doganali. Trasformo Europa in un villaggio nel quale le persone si rendono scambievolmente visita e vivono fidandosi le une delle altre». La paura risponde: «Non essere così ingenua. Là dove tu fai cadere i muri esteriori, le persone adottano, per proteggersi, misure di sicurezza molto maggiori: io le induco a temere il futuro, la perdita della loro identità, la perdita della pace. Come potrai uscirne vincitrice? E la paura dipinge quadri spaventosi: disoccupazione, carenza di alloggi, violenza.

Sono passati ventun anni e sembra che la paura sia l’assoluta dominatrice della scena europea. Si moltiplicano i muri verso l’esterno, ma anche all’interno si rafforzano le barriere. Una delle paure è quella di diventare poveri. Non tutti naturalmente, perché vi è una quota che, crisi o non crisi, implementa il proprio patrimonio. Il rapporto Oxfan del 2015 diceva che i poveri in Europa hanno raggiunto la quota di 50 milioni (negli anni ’90 erano 35 milioni), mentre quasi un quarto della popolazione, 123 milioni, sono a rischio povertà o di esclusione sociale. L’1% della popolazione europea più ricca detiene un terzo delle ricchezze del continente. Nel nostro Paese, il 20 per cento dei più benestanti possiede il 61,6 per cento della ricchezza nazionale, a fronte del 20 per cento dei più disagiati che ne ha appena lo 0,4.  Le politiche di austerità e l’iniquità fiscale, cristallizza una situazione destinata a peggiorare. I tagli alla spesa pubblica, la privatizzazione dei servizi, la deregolamentazione del mercato del lavoro, insomma le misure adottate per arginare la crisi, hanno ottenuto il risultato di colpire duramente i più poveri. Dall’altro lato, le multinazionali hanno sfruttato le differenze tra i regimi fiscali dei Paesi europei per eludere le tasse per milioni di euro. Il problema non è la mancanza di ricchezza, ma l’iniqua distribuzione come sistema. Ma chi fa questo discorso?  Ecco allora che vengono a fagiolo gli immigrati colpevoli di rubare il pane ai nostri poveri. Loro fanno paura, devono far paura. E’ la parola più gridata. Occultando lo sfruttamento, spesso feroce, a cui è assoggettata quella parte di loro che vengono impiegati nel lavoro.

E la speranza? Sembra imprigionata nel dominio dell’oggi. C’è il dogmatismo dell’attualità che impedisce di pensare in prospettiva. Imperversa il linguaggio breve, quello dello spot, dello slogan, della battuta; della semplificazione totale. Indico due punti dove c’è un vuoto di speranza da colmare: una politica con un pensiero lungo e sistemico sul fronte ecologico, la cui urgenza è sotto gli occhi di tutti. Inoltre una politica che possa dare una speranza reale e concreta alle classi giovanili che, pur in minoranza, incarnano il domani, il futuro, in una società troppo invecchiata.

Dinanzi alla crisi di speranze storiche, accogliamo il suggerimento di Bulgakov: «Tutto può ancora accadere, perché nulla può durare per sempre». Come dire: non tutti gli orizzonti sono chiusi.

 

 

 

 


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