Domenica scorsa (25 agosto) si è svolto il culto di apertura del Sinodo delle chiese metodista e valdese presso il tempio di Torre Pellice.
Il Coro nazionale ghanese in Italia si è unito al tradizionale corteo dei pastori, pastore e delegati davanti al portone della chiesa, accompagnato dalle note dell’Head of thy church triumphant di Charles Wesley. In testa al corteo la predicatrice locale Erica Sfredda chiamata a condurre il culto. I colori accesi degli abiti dei coristi/e, meno conosciuti nelle valli, sono diventati il fulcro dell’attenzione degli sguardi dei presenti e i canti del repertorio ghanese hanno scandito il ritmo dell’intero culto.
Erica Sfredda è andata subito al cuore del messaggio cristiano: la fede nella resurrezione. «Cosa significa, concretamente, credere nella resurrezione dei morti?», lo fa senza tanti giri di parole, come è il suo stile, ponendo questa domanda direttamente ai tanti che sono raccolti dentro e fuori il tempio. E lo fa a partire dalle parole che l’apostolo Paolo rivolge alla comunità di Corinto, una comunità ricca, vivace, a volte conflittuale, che aveva fatto della fede la propria ragione di vita. In qualche modo vorremmo identificarci con questa comunità, con i suoi dubbi, con le sue riflessioni. Purtroppo noi non siamo come i Corinzi, principalmente perché siamo corresponsabili di ciò che avviene nel mondo. Viviamo nel peccato. Erica si domanda, ci domanda, se riusciamo ad essere davvero consapevoli di essere parte di un ingranaggio all’interno di un mondo di morte. Primo Levi, di cui quest’anno ricorrono i 100 anni dalla nascita, scrive nel primo capitolo di “Se questo è un uomo”: “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un si o per un no….” così anche ora la realtà è che spesso i membri di una Chiesa “impegnata” come quella valdese e metodista vivono, nelle proprie tiepide case, dimentichi, se non indifferenti, delle morti nel Mediterraneo, delle atrocità della Libia, delle crudeltà perpetrate nei tanti Paesi coinvolti in conflitti armati, ma anche distratti rispetto alle morti sul lavoro, all’inquinamento crescente, alla distruzione della stessa Terra. Mi spingo oltre: a volte queste notizie tragiche quasi ci “irritano” perché intaccano il nostro quieto vivere che vorremmo mantenere inalterato.
Questo discorso si incrocia con un altro discorso dibattuto nell’aula sinodale i giorni seguenti che vogliamo ribadire qui oggi: è ormai evidente che una forma di razzismo latente che si è insinuata all’interno delle nostre chiese, fra i nostri fratelli e sorelle, su cui dobbiamo riflettere e lavorare. Un razzismo che corre parallelamente a quello dilagante nella società di oggi. Parafrasando Primo Levi, fermiamoci un attimo mentre siamo nelle nostre case, al lavoro e riflettiamo. Siamo desensibilizzati e nelle nostre menti non si accende più un campanello d’allarme di fronte a certe frasi ormai comuni (ma non possiamo accogliere tutti… questi immigrati sono troppi e pericolosi…cosa vogliono qui… ecc). Qualche volta ci ritroviamo addirittura a condividere questi pensieri, non ne cogliamo la gravità. Ecco, ricordiamocelo, questo è razzismo, questo modo di pensare non appartiene al messaggio cristiano.
È necessario vigilare su noi stessi.
La predicatrice poi ha proseguito con una nota di speranza: lì dove il peccato abbonda, la grazia sovrabbonda: Dio, con il suo Spirito, non abbandona i suoi figli e figlie. Egli è un Dio vicino che accoglie la fragilità umana, e sostiene l’impegno della Chiesa valdese e metodista – nonostante i piccoli numeri e la grandezza del Male – a favore di chi soffre. Ricorda la testimonianza degli evangelici a favore dei migranti, attraverso il progetto Mediterranean Hope e i Corridoi Umanitari, la difesa dei diritti umani, la salvaguardia del creato, e il processo «Essere Chiesa Insieme» fatto in questi anni insieme a uomini e donne portatori di una storia e una cultura diverse da quella italiana, che hanno saputo arricchire con i loro doni le chiese evangeliche storiche.
Tuttavia questo non basta. Paolo di Tarso mette in guardia i credenti da un certo senso di “appagamento e consolazione”, ributtandoli nell’inquietudine. Al versetto 32 leggiamo:
– Se soltanto per fini umani ho lottato con le belve a Efeso, che utile ne ho? Se i morti non risuscitano, «mangiamo e beviamo, perché domani morremo».-
Se ciò che facciamo non si nutre di una fede che è radicata nella morte e resurrezione di Gesù, non serve a nulla! Non è la nostra carica umanitaria a fare la differenza, ogni cosa nasce dallo Spirito Santo e si nutre di una fede che pone le sue fondamenta nella morte e resurrezione di Gesù. Con queste parole Paolo avverte che se non crediamo nella resurrezione dei morti non siamo una Chiesa, perché il cuore, il nucleo della nostra fede è che Cristo sia resuscitato dai morti. Se non crediamo in questo, allora la nostra fede è vana e non può resistere alle intemperie in cui viviamo. Come i Corinzi vorremmo una fede più a nostra misura, alla nostra portata, che non rompa i nostri tranquilli equilibri.
Ma l’umanità di Gesù Cristo è poco umana per noi. L’Amore totale di Dio è un amore ben diverso da quello che sperimentiamo nelle nostre relazioni e un po’ ci spaventa. Perché in fondo vorremmo un Dio che dopo essersi fatto uomo torni ad essere Dio senza coinvolgeci e sconvolgere le nostre esistenze.
Paolo ci dice che non è sufficiente credere nella resurrezione di Gesù, evento incredibile, definito da Erica “follia”, ma bisogna accogliere l’idea della nostra risurrezione: la resurrezione di Gesù, primogenito dei risorti, “la primizia di coloro che dormono” (v. 20) «è l’evento a partire dal quale la nostra vita colma di peccato finisce e ci è donata la straordinaria opportunità di rinascere ed essere uomini e donne nuovi. Senza alcun merito, senza alcun ruolo attivo».

Ciò significa che la resurrezione non deve restare un’affermazione di principio solo detta, ma deve essere vissuta. Senza questo la fede è vana e quindi inutile. In questo tempo in cui abbondano a livello locale e globale parole, immagini, azioni mortifere, la Parola di Dio ci chiede di fondare la nostra esistenza terrena sulla resurrezione dei morti, evento incredibile che si pone ai limiti, anzi, oltre i limiti dell’accettabilità per l’umanità piena di buon senso, coi piedi per terra come possiamo essere noi. Ci chiede di affidarci con gioia a Lui, l’Unico che può liberarci dal peccato che ci circonda e ci seduce, quasi accecandoci, e che ci impedisce di credere nella resurrezione e dunque nella Vita. Perché, ed è questo l’annuncio gioioso, non siamo circondati solo dalla morte, ma anche dalla Vita, che nonostante tutto continua ad agire.
Concludo con le parole della Sfredda:
Fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

 

Categorie: Notizie

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.